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 FLUTE 

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Nada Yoga
Da “La dinamica dello yoga”
di swami parhamansa yogananda

"…Le note musicali possono essere solidificate.Ogni suono può assumere una forma, proprio come una pietra , una sedia, una foglia.Il suono può essere trasformato in energia e questa energia può essere trasformata in suono.Coloro che hanno familiarità con la teoria di Einstein potranno confermare questo fatto.Perciò sappiamo che tutte le cose che esistono in queso mondo, la loro sostanza ultima e i loro nuclei, sono un’unica cosa; solo le forme sono diverse.Tutte le cose, tutti gli oggetti anche se differenti nella forma hanno una sostanza interiore comune.I nada yogi dicono che tutte le nostre costituenti che hanno assunto una forma grossolana sono basate sulle vibrazioni di principi sonori.Questo costituisce la loro metafisica e la loro filosofia. Nella scienza dello yoga si dice che in un punto dentro di noi vi è un suono.Esso si esprime come la voce interiore, la voce del paradiso, i sussurri dello sconosciuto, l’akasha vani e in linguaggio comune come la voce dell’anima, la voce della ragione pura che non dovremo confondere con niente altro…

 MUSIC 

Estetica del "Silentium"

“SILENTIUM: IL SUONO DELLA POVERTA’”
Di Andrea Ceccomori
(In replica all’ enunciato di Michele Bianchi su Assisi Suono Sacro e al suo concetto di “suono povero”)

Estetica del “Silentium” e dell’”Intonazione”
Dicevamo tra amici:
“Esse” come Silentium, Silbilo, Serpente (vita), Soffio, Suono, Sacro, ma anche come Essere, Ascolto, Assisi: molte parole per indicare una dimensione dell’essere…
Ispirato all’ opera concettuale di Rossella Vasta “la Tavola del Silenzio”, “Silentium” è il titolo di una serie di appunti musicali da me curati, schizzi sonori, che mettono in musica alcuni monemi, cioè semplici unità di senso musicale che rimangono inalterate, prive di sviluppo, in nuce, pura concentrazione di energia sonora. Silentium vuole essere l’estetica del Silenzio qualora paradossalmente esso riesca a parlarci o ci risuoni.
Quando il “Silentium” si organizza in fasi più dettagliate, quando cioè si concretizza, rimanendo ancora però nella sua fase liquida, si passa alla fase di composizione che io chiamo “Intonazione” cioè la formazione del primo processo compositivo, ossia una composizione già abbozzata. Se “Silentium” è l’embrione, l’”intonazione” è il feto.
Entrambe vengono direttamente dal profondo dell’essere, dalla mente, dal ricordo, dall’anima, dall’associazione emotiva, e rimangono cosi nella loro immutabilità essenziale, complete di tutte le strutture ritmico melodiche espressive già presenti in potenza.
E’ un’estetica, una forma musicale o un metodo compositivo che si avvicina di più a senso del sacro in musica.
E’ l’espressione diretta dell’ io espresso in musica ,durante un alto stato meditativo o contemplativo attraverso il quale passa la sostanza animica o sonora.
Ora bisogna capire come questo stato meditativo si traduca in musica, quali sono i suoi codici di composizione, come fa una sostanza psichica o animica a trasformarsi in sostanza sonora? Questa è la domanda fondamentale.
Secondo il Nada yoga, lo yoga del Suono, Anahatha è il suono che non ha fine, infinito. È il Suono -Non-Suonato che riverbera profondo in tutti i livelli di coscienza ed esistenza. Questo suono prodotto senza l'eccitamento vibratorio di qualsiasi oggetto fisico, non è percepito attraverso i sensi ma con la sottile sensibilità di un'alta consapevolezza.
Questo suono è udito dai bambini fino a circa due anni di vita, poi con tutto il fracasso della coscienza che la società industrializzata produce, gradualmente perde la sua emergenza nella mente ed è comunemente non più udito e dimenticato verso i tre anni, ma è possibile riattivarlo.
Nella poetica di John Cage il brano “4,33” contempla il silenzio come “rumore di fondo” o suono residuo: il musicista non suona il proprio strumento, ma suona l’eco della sala, cioè i suoni prodotti dal non suonare. Qui ovviamente ci riferiamo sempre ad un suono fisico cioè prodotto da vibrazione di oggetti sonori. Ma Silentium vuole parlare di un suono interiore non prodotto da sfregamento fisico ma potremmo dire “sfregamento spirituale”. Del resto il suono, come il fuoco e tutto ciò che nasce e muore,è prodotto da sfregamento, urto, o contatto.
In Stockhausen invece il silenzio riveste l’aspetto sopramentale, a cui il musicista può accedere tramite via intuitiva.
Interessante poi la posizione di Satie che nelle Gymnopedie vede la musica come ginnastica per bambini, come ostinazione a voler mantenere una posizione inalterata, pura senza compromessi, innocente, individuando nella figura del somaro come animale tra i più squisitamente musicale dei mammiferi, cui peraltro riferiva se stesso.

L’estetica di Silentium è anzitutto il tentativo di manifestazione del silenzio, del vuoto, del mistero che sottostà ad ogni fenomeno musicale e concreto.

Il processo che dal Silentium arriva alla composizione vera e propria consta di 5 fasi fondamentali o fasi creative:
1. La presenza-assenza del vuoto e del silenzio
2. Il rapporto tra suono e pausa musicale
3. La creazione del monema
4. La scissione tra il comportamento di base e l’ornamento
5. La omologazione in idioma comunicativo

Il primo punto presuppone la consapevolezza di una dimensione non cosciente, o meglio di una dimensione adimensionale aldilà del problema cosciente-non cosciente. Essere-non essere. Una dimensione da cui nasce la consapevolezza stessa, un paradosso, un ossimoro, un incontro delle cose impossibili. Questo è il regno-non regno dove nasce l’essenza della musica e il silenzio. Entrare in sintonia col paradosso significa dare luogo, nome e forma ad ogni possibile manifestazione. Da notare che il paradosso è il simbolo della vita, come lo è della musica, ossia è la fonte sorgiva, il fuoco inestinguibile, dove si realizza il senso alchemico della morte e rinascita come tutt’uno.

Da qui passiamo al secondo punto: il rapporto tra suono e pausa. Sappiamo che la pausa è un suono al negativo, un suono non suonato, e come tale da senso e significato al suono suonato. Per esempio un anacrusi, cioè l’inizio di una frase musicale in levare, dà alla frase stessa tutto un sapore suo proprio che altrimenti non avrebbe. Molti autori hanno infatti paragonato il senso della musica come un sapore, un non so che, uno charme ( ovvero carme, canto). La musica senza questo charme, o spirito, non sarebbe nulla. Lo spirito, impalpabile, introvabile, non individuabile, non trascrivibile dà senso alla musica.Infatti si dice “senso”, cioè un essere con una funzione.
La pausa dunque ci rimanda allo spirito della musica. Ma esiste anche una musica senza pause! In questo caso la pausa ha ceduto il suo valore al tempo cioè alla durata del suono. La pausa si positivizza nella durata del suono. In questa accezione si tratta di una musica inespressa ma potenzialmente presente intera e ben strutturata nel silenzio, una musica potremmo dire già concepita ma ancora non nata.
Da qui potremmo ricavare due nozioni di silenzio:
1. il silenzio come senso e scaturigine della musica, quindi indicibile
2. il silenzio coma ancora non ascoltato o inespresso, o ancora meglio, ineffabile.

La prima nozione è ancora più nascosta, aldilà del concepimento, diciamo ancora non esistente appartenente all’oceano dell’essere. Il silenzio che precede un concerto e il silenzio che ne segue è assolutamente uguale, lo stesso. Questa è l prima nozione di silenzio. Il silenzio dentro al concerto è invece un silenzio già concepito ma inespresso. Questa è la seconda nozione.

Una domanda doverosa: dove nasce la musica? Qual è il centro dell’uomo dove vive il suono? Molti studi psicanalitici (per es. Franco Fornari) individuano il battito del cuore come sede della musica, come ricordo del feto nella vita intrauterina, ma credo che, almeno nei musicisti, la sede sia esattamente nella mente che pone attenzione nella sede delle orecchie precisamene ai lati del cervello. Che poi la musica abbia la funzione di riequilibrio energetico in tutti gli organi del corpo è questione ormai assodata, proprio in virtù della sua natura aggregante e formativa.
Il suono infatti si basa sul silenzio, che non è vuoto ma spirito in azione con la capacità aggregativa e formativa, creando dal nulla un centro gravitazionale di emanazione delle onde sonore. Infatti il nulla o il caos di per sè non esistono se non in rapporto all’essere o alla vita.E’ infatti la vita che crea il suo opposto. Da nulla non nasce nulla. Anche in fisica infatti il vuoto e il caos è instabile, e pertanto produce di conseguenza il pieno.


Il terzo punto dell’estetica del Silentium è la creazione del monema, che, come detto all’inizio, prevede il concepimento dell’individuazione musicale dal mare magnum dell’Oceano di suono. Si tratta della ispirazione che si fa seme, logos, prima materia, donde scaturisce il dispiegamento della musica nella sua struttura estrinseca.
Il monema è questo seme, che contiene tutte le potenzialità ma che non è ancora dispiegato, sviluppato. Fermandomi a questa fase di sviluppo, ovvero all’embrione ,posso avere il privilegio di comunicare la musica in maniera leggera, e allargare, vista la facilità, cosi la comunicazione a un più vasto pubblico.
Il monema è dunque il motivetto che ti entra in testa, ma più che il motivetto, a volte banale, direi un movimento sonoro, una immagine sonora, non so, un gruppo di archi in glissando, un puntillismo strumentale...

Il quarto punto dell’estetica del Silentium si fa più interessante perché comincia a materializzare la musica vera e proprio: il monema si scinde in due parti (potremmo dire un po’ come la morula nell’’embrione che inizia la divisione cellulare): una parte viene gestita da strumenti fissi come ad esempio gli archi o il pianoforte e un’altra viene gestita dal flauto, ovviamente mio strumento privilegiato di espressione.
Diciamo in sintesi una parte fissa ed una mobile.
La parte fissa reitera un comportamento spesso ritmico, a volte armonico, che fissa per cosi dire, un modus, un mood, un humus sul quale far emergere le volute del flauto.
La parte fissa adopera volutamente un comportamento reiterativo per sviluppare quel senso di magia, di consapevolezza del suono, insito in molte tecniche musicali come il minimalismo, la trance, la pizzica, le composizioni weberniane ecc. Se vogliamo questa parte può rappresentare l’inconscio, la forza primigenia del mistero, che come in Debussy o Strawinsky rappresenta se stesso senza alcun rimando ad altro, è senso a se stesso. Su questa parte fissa,il flauto cerca il contatto con l’anima cosciente, tenta un attribuzione di senso compiuto al mistero e alla forza naturale della parte fissa. Dunque rappresenta la parte mobile, il calore del soffio che liquefa le cristallizzazioni della materia, ridona vita, distrugge e ricrea in nuove forme. Come avviene tutto ciò musicalmente? Il flauto adopera anche qui un duplice modo di azione: la melodia e l’improvvisazione.
Nella melodia amalgama quanto c’è nella parte fissa prendendone le parti salienti ed elaborandone una semplice melodia, mentre nell’improvvisazione adopera 5 modi fondamentali che definiscono archetipicamente la identità dello strumento flauto ovvero la sua melodicità classica, il suo linguaggio “sporco” tipico del jazz rock, la sua contemporaneità ( ossia effettistica e tecniche estese) il suo carattere mistico magico simile alle culture indu e giapponese, la sua ritmicità.

Nel quinto e ultimo punto tocchiamo la omologazione o la condensazione del materiale musicale in idioma comunicativo, ossia in un idioma, uno stile che passa e arriva alle coscienze musicali, al grande pubblico, capace quindi allargarsi a macchia d’olio per raggiungere il maggior numero di persone.
Ora sappiamo che il pubblico non addetto ai lavori ragiona, pensa , sente e vive per categorie, che sono controllate, volute e gestite da altri, molto raramente o quasi mai da se stessi.
Tali categorie vengono imposte dal cosidetto mercato, anch’esso voluto e gestito dai vertici del controllo globale per cui si crea una cristallizzazione dell’orecchio musicale su alcuni parametri stilistici che vengono riconosciuti ed apprezzati come tali categorizzandoli nella propria mente come “generi musicali”.
Silentium cosa fa? Prende alcune categorie o generi musicali come il minimalismo, il romanticismo, l’etno indistinto, il classico, il jazz-rock e lo mescola ma non in maniera indistinta creando un meltin’pot ma secondo uno spirito o meglio un’ispirazione che ordina ed organizza il materiale secondo la sua regola. Dunque l’ispirazione si fa garanzia della forma del materiale sonoro.




La questione del sacro in musica:

Tra gli autori nella storia della musica conosciuta che maggiormente hanno intessuto rapporti con il sacro e con il mistero troviamo principalmente Debussy, Bach e Messiaen.
Cosa ha di sacro la musica? Anzitutto cerchiamo di capire cosa significa sacro. Sacro è tutto ciò che attribuisce un senso, un significato all’esistente, che svela il reale, attraverso e grazie alla purezza, ossia alla santità, o anche sanità (essere sani), saggezza, tutti termini equivalenti per designare uno stato di libertà assoluta e infinita che genera nomi e forme del creato.
La musica si pone in quello stato della materia tra il solido e il gassoso, potremmo dire liquida, una materia non ancora cristallizzata ma ampiamente creata o abbozzata, si sente, si ode ma non permane, esiste nello stesso tempo in cui avviene. Abita il presente, ma scorre nel tempo dal passato al futuro e noi ne percepiamo il senso nel suo divenire, mettendo a confronto e giustapponendo elementi enunciati attraverso e grazie allo scorrere del tempo. In realtà il tempo in sè non esiste, sono le durate degli elementi musicali a spostarsi e a durare nel tempo.


la redenzione attraverso il suono e la questione dell’”incanto”:
La musica, dicevamo, è incanto, charme, magia, forma, struttura. Il centro sostanziale della musica è lo spirito aggregatore che tiene insieme le note. Entrambe le parti, spirito e musica, o potremmo dire, spirito e materia, sono un tutt’uno, non esiste separazione.
La questione della redenzione è insita nella natura umana e la musica in quanto attività umana è soggetta alle stesse dinamiche umane. Dunque si pone il problema della redenzione attraverso la musica. Ma che significa redenzione? Significa nucleo, essenza, verità, anelito, direzione, orientamento, significa moto a luogo, tensione, utopia, senso profondo. E’ proprio questa utopia a rendere possibile e dinamica la musica. Ma esiste un’altra musica ed è la cosidetta musica delle sfere: una musica non suonata, una musica silenziosa, non udibile dall’orecchio esterno, ma solo dall’orecchio interiore. A questa musica del silenzio si accede solo attraverso il Verbo. Solo attraverso il verbo è dunque possibile la redenzione che svela l’utopia e la dissolve in realtà e dunque non più incanto, ma libertà.

Perugia - Pasqua 2011




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